Annalee Davis porta la voce di Barbados nell’arte contemporanea globale

Annalee Davis, artista visiva e scrittrice di Barbados, è tra gli invitati alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, curata dalla compianta Koyo Kouoh (1967–2025) e intitolata In Minor Keys. La sua partecipazione si inserisce all’interno della mostra internazionale principale e sviluppa una ricerca che intreccia ecologia, memoria coloniale e ritualità botanica, offrendo una riflessione profonda sulle eredità storiche e ambientali di Barbados e di tutto il Caribe. Si tratta, inoltre, della prima volta in cui un’artista di Barbados viene inclusa nell’esposizione centrale di Biennale, nonché di un importante riconoscimento e vetrina di eccellenza per l’isola all’interno del panorama artistico contemporaneo mondiale.

Attraverso le sue opere, Davis propone una lettura critica della crisi ambientale contemporanea, esplorandone le radici nel colonialismo e nei sistemi economici estrattivi, e indicando nell’arte uno spazio di memoria, lutto e possibilità di trasformazione.

Il messaggio: dalla piantagione al futuro

Il progetto espositivo si articola attorno al concetto che Davis chiama plantationocene: un termine che colloca il colonialismo e il capitalismo estrattivo all’origine della crisi ecologica contemporanea. Barbados, prima isola della tratta dello zucchero britannica nel Caribe, fu il laboratorio in cui questo sistema venne progettato e perfezionato.

Oggi Davis esplora quelle stesse terre con uno sguardo rovesciato: non di sorveglianza e dominio, ma di cura, ascolto e guarigione.

Nel suo studio, situato in una fattoria operativa a St. George — una ex piantagione del XVII secolo — Davis disegna, cammina, prepara tisane di erbe selvatiche e coltiva un apotecario vivente (in inglese living apothecary). La sua pratica artistica è una risposta all’urgenza climatica e all’estinzione delle specie, e propone ecologie alternative a paesaggi esausti. «Come possiamo disimparare la piantagione?», si chiede l’artista: questo interrogativo risuona nel cuore delle opere portate a Venezia.

Le opere in mostra

L’installazione principale, esposta alle Corderie dell’Arsenale, è Let This Be My Cathedral, un’installazione multimediale radicata nel lutto ecologico e nella memoria coloniale. Un santuario laico per la meditazione critica sulla perdita di biodiversità: fronde, foglie, infiorescenze, semi e baccelli; un calco in piombo — a grandezza naturale — dell’ultimo chiurlo eschimese (Numenius borealis) abbattuto a Barbados il 4 settembre 1963, ricreato grazie alla fotogrammetria ad alta risoluzione in collaborazione con Factum Foundation; un sudario ricamato e tinto a mano; sedute rivestite di damasco; il trasferimento di disegni seicenteschi di Palme Reali bruciati sul pavimento; la poesia Birdshooting Season della poetessa laureata giamaicana Olive Senior. L’installazione prende le mosse da riferimenti storici, ambientali e personali intrecciati: la Grande Deforestazione (1650–1665) che devastò l’ecologia del Caribe britannico e francese; l’estinzione del piviere eschimese, un tempo talmente abbondante da oscurare il cielo delle Americhe; il piccolo giardino attorno allo studio dell’artista, riconosciuto come cattedrale degna di venerazione laica. «Let This Be My Cathedral», spiega Davis, «propone uno spazio contemplativo in cui ricordo, rituale e rinnovamento convergono, invitando chi guarda a fermarsi, a fare lutto e a lasciarsi ispirare».

Accanto all’installazione principale, Davis presenta nei Giardini An Unbound Book of Prayer – Series II (2025–2026), una serie di opere tessili realizzate con applique, uncinetto, ricamo, tinture e materiali organici raccolti nel paesaggio attorno allo studio: guaine di cocco, piume di uccelli, ventagli di mare, infiorescenze di palma, semi e rami di bambù. Questi lavori nascono come ausili devozionali laici contro l’ansia ecologica e geopolitica. «La cucitura meditativa rallenta il mio respiro», confida l’artista, «e mi rendo conto che, nel produrli, divento più calma». Completa il progetto espositivo Bush Bath in the Glasi (2025), ricamo e pittura su tessuto Madra tinto con il tè, ispirato alla pratica caraibica di origine africana di guarire con le piante nelle sorgenti naturali. Al centro, la topografia del Glasi — sorgente del fiume Carbet in Martinica — fonte di salute e benessere. Infine, Be Soft (2023–24), ricamo su un prezioso merletto Klöppeln tedesco di cento anni, creato durante una residenza a Stiftung Künstlerdorf Schöppingen. Un’opera meditativa che estende l’invito alla lentezza, all’urgenza climatica vissuta come condizione insieme esterna e interiore.

Pratiche artistiche, identità e contesto

La partecipazione di Annalee Davis alla Biennale si colloca nel contesto di una ricerca artistica che affronta le intersezioni tra ecologia, storia coloniale e pratiche di cura.

Il suo lavoro riflette sulle esperienze di Barbados e degli Small Island Developing States (Piccoli Stati insulari in via di sviluppo) evidenziando come secoli di sfruttamento abbiano lasciato segni profondi nei paesaggi e nelle comunità, ma anche come questi territori custodiscano saperi ancestrali di resilienza e rigenerazione. Attraverso apotecari viventi, pratiche tessili e rituali botanici, Davis trasforma queste conoscenze in forme artistiche contemporanee, contribuendo a un discorso globale sulle ecologie alternative e sulla giustizia ambientale. Accanto alla sua pratica artistica, Davis è attiva da decenni nello sviluppo di piattaforme culturali indipendenti nel Caribe, tra cui Fresh Milk, Caribbean Linked, Tilting Axis e Sour Grass, promuovendo modelli più equi e inclusivi per la produzione artistica nella regione.

Comunicato Stampa